Esproprio: cambiano modi e tempi ma non le condizioni

Le banche europee hanno in pancia 1.000 miliardi di euro in crediti deteriorati, pari al 7,3% del Pil dell’Unione europea. Secondo l’European banking authority — scrive il Sole 24 Ore — questo livello è una fonte di «grave preoccupazione». In media le banche europee hanno crediti deteriorati pari al 5,6% del totale dei crediti, oltre il doppio rispetto agli Stati Uniti. L’Italia è nella lista nera con un dato nettamente sopra la media: 16,7%. La Commissione europea, nel varare la tanto controversa direttiva sui mutui – che nella sua versione attuale permetterebbe alle banche di espropriare le case senza dover passare dalla sentenza di un tribunale dopo il ritardo nel pagamento di sette rate del prestito ipotecario – sarà stata certamente ispirata da questi numeri. Numeri che sono figli di una crisi ormai strutturale dell’economia europea, dato che dal 2008 il Pil fa fatica a riprendersi mentre il debito della regione è ormai superiore al 90% del Pil. È in questi numeri che si spiega anche il malcontento delle associazioni dei consumatori e di alcuni partiti politici. Rappresentano cittadini e consumatori che stanno vivendo una delle fasi più difficili dal Dopoguerra (dal 2008 l’Italia ha perso 10 punti di Pil reale e viaggia stabilmente con una disoccupazione a doppia cifra). E se adesso rischiano di perdere con più facilità anche il caposaldo della casa – con la forte valenza emotiva e finanziaria che ha questo bene in Italia dato che oltre il 70% delle famiglie ne è proprietaria contro il 44% delle famiglie tedesche – si fa presto a capire perché sta montando molta rabbia. Ma va anche detto che la direttiva si pone l’obiettivo di accorciare i tempi per la vendita di un immobile destinato secondo le disposizioni attuali ad andare all’asta, e quindi ad essere comunque alla fine espropriato allo sfortunato debitore.

Il Testo Unico bancario, datato 1993 — continua il Sole 24 Ore — stabilisce che «la banca può invocare come causa di risoluzione del contratto il ritardato pagamento quando lo stesso si sia verificato almeno sette volte, anche non consecutive». La grossa novità della direttiva non è quindi il tema dei “sei cartellini gialli” consentiti al cattivo pagatore, quanto quello di impedire che una banca – che in ogni caso, sia secondo le norme vigenti che in base a quelle future non ha alcun interesse ad arrivare all’estrema ratio, cioè all’iscrivere in bilancio una sofferenza – impieghi in media sette anni (come accade ora) per trasformare quella sofferenza in liquidità. La norma non tocca i vecchi contratti, ma solo quelli nuovi e solo se questa clausola verrà inserita di comune accordo tra le parti.

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