Imu: in 63mila aspettano il rimborso statale

La battaglia fra il Comune di Torino e il governo sulla restituzione di 61 milioni di euro di tagli di troppo rivendicata dalla sindaca Chiara Appendino ha riportato sotto i riflettori le tante convulsioni dell’Imu — scrive Il Sole 24 Ore — perché le sforbiciate inferte ai conti torinesi (riconosciute ma non quantificate dal Consiglio di Stato) nascevano da un calcolo complicato, e sbagliato, sul maggior gettito prodotto dall’Imu rispetto alla vecchia Ici. Nel passaggio dalla vecchia alla nuova imposta, però, sono inciampati anche parecchi contribuenti, che a partire dal 2012 hanno pagato allo Stato una somma non dovuta. E da cinque anni aspettano il rimborso, con silenzio paziente. Il dibattito politico non se n’è occupato, ma i numeri sono di tutto rispetto: in coda ci sono almeno 62.908 contribuenti, che aspettano di riavere indietro poco meno di 20 milioni di euro. Ma il conto, appena elaborato dal dipartimento Finanze potrebbe salire ancora. Com’è stato possibile? Ancora una volta, a spiegare il problema è il carattere ibrido dell’Imu, che nel nome è un’imposta municipale ma è stata pensata a fine 2011 per gonfiare le entrate dello Stato, non dei Comuni. Per centrare questo obiettivo l’Imu è stata sdoppiata in vario modo: nel 2012 tutti i proprietari di seconde case, terreni, capannoni, e insomma di tutti gli immobili che non fossero abitazioni principali, dovevano pagare allo Stato l’aliquota del 3,8 per mille, cioè la metà della richiesta standard del 7,6 per mille, e al Comune il resto, tenendo conto anche degli aumenti decisi a livello locale. Dal 2013 la divisione è cambiata, lasciando ai Comuni tutte le entrate sulle seconde case e girando allo Stato l’imposta pagata su capannoni, negozi e centri commerciali. Non tutta, però, perché l’Erario si prende il gettito prodotto dall’aliquota standard del 7,6 per mille, mentre il frutto degli eventuali aumenti locali rimane al Comune. Morale della favola, il solito rebus fiscale adatto ai contribuenti «super-solutori», nel quale però molti si sono persi, in una girandola di modelli e di codici tributo che li ha portati a pagare allo Stato somme non dovute. La legge, va detto, aveva previsto il problema — conclude Il Sole 24 Ore — rimandandone però la soluzione al solito decreto attuativo. Che, come spesso accade alle norme “secondarie” di nome ma essenziali di fatto, è finito nel dimenticatoio per quattro anni: l’Imu è di fine 2011, il decreto ministeriale sui rimborsi è andato sulla Gazzetta Ufficiale il 14 aprile del 2016.

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